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(Roma, 1881 - Torino, 1961)
I suoi genitori, il padre Andrea, torinese, la madre Vanda Marchi, veronese, celebri attori di teatro, causa la loro professione conducono una vita itinerante della quale risente l’educazione artistica del figlio: allievo di Corcos a Firenze, di Esposito a Napoli, di Cormon a Parigi. Letteralmente conquistato dalla pittura di Segantini, visitata alla retrospettiva milanese del 1899, che presenta decine di opere provenienti dagli eredi e dalla galleria di Alberto Grubicy, Maggi entra in contatto con il gruppo dei divisionisti storici, In particolare con Carlo Fornara di cui diventa amico. Arruolato nella scuderia di Grubicy, si dedicò con entusiasmo al paesaggio alpino, realizzato con precisa osservanza divisionista. Operò specialmente in Valle d’Aosta, dove soggiornerà a La Thuille per una decina di anni, alimentando la propria nascente leggenda di “pittore della neve e della montagna”. Sono testimonianze di questo periodo fecondo le opere esposte Alba d’inverno, 1903 e il trittico Mattina d'inverno, 1908 - Neve, 1909 - Nevicata, 1911, opere in cui la tecnica divisa ha la funzione meramente strumentale di potenza luminosa e splendore tonale, assai lontana dalla valenza simbolica che assume nelle tele del grande maestro di Arco. L’amicizia e l’esempio di Giacomo Grosso, a Torino lo inducono a tentare la via del ritratto, genere in cui si afferma già alla personale della Biennale veneziana del 1912: quella che annuncia il suo progressivo distacco dalla tecnica divisionista, definitivo dopo il 1914. Amplia allora le proprie tematiche inserendo la marina, la natura morta e la figura con accenti derivanti dalle esperienze divisioniste, ma in una pittura di impasto e larghi tocchi di colore. Tuttavia, nella scelta dei soggetti resta predominante la grande passione per le visioni d’alta montagna per le quali conserva la capacità di un’eccezionale brillantezza dei colori come dimostra La catena del monte Bianco (1935), esposta. Negli ultimi anni ripiegò su un più illustrativo naturalismo.
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